Ph. Reka Jakabffy
Fotografare l’architettura significa andare oltre ciò che è visibile. Non si tratta soltanto di documentare un edificio, ma di comprenderne le intenzioni progettuali, interpretarne le geometrie e restituire attraverso le immagini le atmosfere che lo definiscono.
La luce, le proporzioni, le superfici e le relazioni tra interno ed esterno diventano elementi di un racconto visivo in cui ogni inquadratura rappresenta una scelta. La fotografia non restituisce semplicemente la forma di uno spazio, ma ne suggerisce il carattere, rivelando dettagli e prospettive che possono sfuggire a un’osservazione immediata.
In questa relazione tra architettura e immagine, il fotografo assume un ruolo di interprete. Il suo sguardo costruisce una narrazione capace di mettere in dialogo l’intenzione del progettista con la percezione di chi osserva.
Ma come si traduce un progetto architettonico in un racconto fotografico? Quale ruolo assumono la luce, la presenza umana e i dettagli nella costruzione di un’immagine?
Ne parliamo con Reka Jakabffy, fotografa che collabora con Edilpiù nella realizzazione di servizi fotografici dedicati all’architettura e agli spazi abitativi, approfondendo il suo approccio alla fotografia e il modo in cui interpreta il rapporto tra spazio, materia e luce.
Fotografare l’architettura: tra luce, prospettive e interpretazione
Fotografare un’architettura significa inevitabilmente interpretarla. Quando entri per la prima volta in uno spazio, che cosa cerchi di comprendere prima ancora di scegliere l’inquadratura?
Dipende dal tipo di architettura, ma se si tratta di una casa, immagino come sarebbe abitarla. Prima ancora della macchina fotografica, sono i miei occhi a capire come dialogano spazio e luce. Quindi la osservo da lontano, avvicinandomi di schiena alle pareti, per avere una prospettiva ampia. Cerco geometrie pulite, immaginando già la lente che sceglierò e che determinerà il mio punto di vista.
La luce è uno degli elementi che più influenzano la percezione dell’architettura. Quanto incide sulle tue scelte fotografiche e in che modo può trasformare il racconto di uno stesso ambiente?
La luce è tutto in fotografia. A seconda della sua intensità, si può descrivere uno stesso ambiente in maniera molto diversa. Ad esempio durante le giornate nuvolose, si attenuano i contrasti e una stanza appare subito più morbida. Cambia l’ora e anche i colori si trasformano, dal bianco luminoso del sole, all’arancione di un tramonto, fino ai blu della sera. A volte utilizzo il flash per un genere di fotografia che in gergo si definisce “flambient”. In pratica si tratta di una fusione in post produzione tra, appunto, uno scatto con il flash e uno con luce ambientale. Il risultato è molto professionale.Importantissima è anche la qualità delle luminarie che disegnano l’ambiente e pongono l’accento sui dettagli della cucina o di un salotto, valorizzandolo. La luce naturale, però, rimane la mia preferita!
Nei progetti che fotografi per Edilpiù, i serramenti rappresentano un punto di incontro tra architettura, luce e paesaggio. Come racconti fotograficamente questi elementi senza separarli dal contesto progettuale in cui sono inseriti?
Anche in questo caso la scelta della lente fa la differenza. Porte e finestre, ad esempio, vanno inserite nel loro contesto in un campo largo, per far comprendere le dimensioni e il paesaggio presente all’esterno. Ma i dettagli aiutano chi guarda a comprendere meglio il colore o la texture di un materiale piuttosto che un altro. Il mio metodo è quello di partire da lontano per poi avvicinarmi al soggetto man mano.
In un momento in cui le immagini di architettura sono sempre più curate, elaborate e talvolta generate artificialmente, che cosa rende, secondo te, una fotografia autentica e capace di raccontare realmente un progetto?
In fotografia da sempre si utilizzano metodi di pulizia dell’immagine. In camera oscura si ritoccava con varie tecniche, ma anche l’utilizzo del cavalletto può trasformare il paesaggio grazie ad una lunga esposizione. Oggi questo si traduce in un uso, alle volte eccessivo, di Photoshop o di AI che ci rende quasi dei grafici più che dei fotografi. In ambito di fotografia architettonica, pulire un’immagine è di primaria importanza. Quasi come se volessimo rappresentare il disegno a matita dell’architetto, fatto di linee essenziali e senza sbavature. Quello che cerco di evitare il più possibile è l’effetto finto, per il resto, secondo me non esistono delle vere e proprie regole. L’importante è farlo con il massimo rispetto per il progetto.